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Haiti: l’inferno di questo mondo
Leticia Martínez
Hernández
Ad Haiti tutti i giorni della settimana sembrano
uguali. Domenica ho aperto gli occhi, e per quelle
rare sensazioni che ci accompagnano al risveglio ho
pensato di essere nella mia Cuba. In pochi secondi
mi sono pianificata il giorno: leggerò un po’, vedrò
la televisione, farò colazione tardi.
Improvvisamente ho sentito un suono, e, una dopo
l’altra, sono tornate le immagini violente. Sono ad
Haiti, mi sono detta, i miei piedi continuano a
calpestare l’inferno di questo mondo.
Sono uscita per strada, e, non so se per ingenuità,
ho sperato che le cose fossero migliorate, ma
sfortunatamente non è stato così.
Migliaia di persone si sono di nuovo svegliate in
parchi, con poco da mangiare e da bere, si sono di
nuovo lavate nelle pozzanghere della strada, di
nuovo hanno pianto per i loro morti, e di nuovo
hanno percorso la città alla ricerca delle proprie
famiglie. Hanno nuovamente frugato tra i resti per
cercare i loro cari, e sentito la triste puzza.
I bambini hanno domandato ancora una volta il perché
di tanta angoscia, ed i genitori hanno alzatogli
occhi al cielo in cerca di risposte che mancano
ancora.
Ogni giorno ad Haiti è un enigma. Ogni immagine uno
shock.
Oggi, nella città di Port au Prence disporre di una
molletta per tapparsi il naso è un privilegio, e
quelli che non ce l’hanno si mettono nelle narici
del dentifricio, per non sentire la puzza dei
cadaveri. E anche se i cadaveri per strada sono già
meno, aumenta il fetore che esce dalle macerie, dove
si raggruppano decine di persone quando i servizi di
riscatto realizzano l’impossibile, pur di liberare
un corpo.
I distributori di benzina sono diventati zone di
combattimento. Lì, decine di uomini si azzuffano per
un po’ di combustibile, come accade davanti ai
camion che trasportano acqua e cibo.
Ed è tanta la desolazione di questa nobile gente che
anche i giornalisti ricevono forti risposte: “Non
abbiamo bisogno di domande, ma di aiuti”.
Allora non resta altra opzione che voltarsi e
continuare a percorrere l’inferno di
questo mondo. (…)
E l’inferno di questo mondo oggi si trova in Calle
Dessalines.
Quella che sino a sette giorni fa era la sede del
centro commerciale della capitale haitiana è oggi la
sede del si salvi chi può. Lì una donna piange,
perchè qualcuno le ha strappato dalle mani quello
che aveva trovato in un negozio distrutto.
La casualità ci ha portato in questo viale
distrutto.
Superando le macerie, le strade ostruite ed i
blocchi del traffico, entriamo in Calle Dessalines,
dove centinaia di haitiani disperati irrompono nel
centro commerciale, mentre alla polizia e alla
MINUSTAH è quasi impossibile mantenere l’ordine,
anche con le pistole puntate. Tutti corrono da un
lato all’altro, cercando qualcosa. Quello che sta
sotto le macerie può essere il sostento di questi
giorni infernali.
La fame e la mancanza di denaro li spingono a
rischiare la vita, quando con bastoni, tubi e
strumenti vari, colpiscono le pareti lesionate dal
terremoto. Sembra che il pericolo non importi e
forse il pianto dei loro figli è irresistibile.
Qualsiasi cosa per aiutarli a sopravvivere. C’è chi
trova scarpe, vestiti, cibo, medicinali e chi si
aspetta fuori, per strada, per sottrarre le cose
rubate. In alcuni dei negozi o nelle loro rovine,
sono appostati i padroni, e chi si avvicina si può
aspettare risposte violente.
Ma gli animi sono roventi e la disperazione è cieca.
È passata una settimana da quando questa terra ha
tremato, ma la sua gente continua a sussultare(...)
A Port au Prince mi manca la mia insistente sveglia.
L’ho pensato ieri, quando all’alba mi ha svegliato
un terremoto di forza 6.1 della scala Richter.
Lo confesso: tutti sismo scappati. I pochissimi
metro che separano i nostri materassi dalla porta
d’uscita, ci sono sembrati chilometri.
E mentre noi si correva, in Plaza de Marzo, Jeoncajó
Magda alzava le mani al cielo e si metteva in
ginocchio. Chiedere a Dio di salvarla da questo
nuovo terremoto, era la sola cosa che gli restava. E
così con le mani alzate e gemendo, la incontrammo
ore dopo davanti alle lenzuola che formavano la
cuccia che abitava dalla notte del 12. Il girono
del terremoto aveva perso tre dei suoi figli e dopo
la replica di ieri pregava per rimanere in vita.
Ha fatto lo stesso la piccola Joanny Susel, sveglia
dalle quattro di mattina, nella piazza piena di
migliaia di persone senza casa.
Dice che ha sentito tutto che tremava stamattina ed
allora si è rivolta a Gesù.
La piccola racconta che sono diversi giorni che si
lava per strada e che quando sua mamma va a cercare
qualcosa da mangiare, lei e suo fratello la seguono
per tutta Port au Prence.
Il giorno del terremoto Joanny era a scuola, dove
frequentava la quarta elementare e sua mamma era
andata a prenderla presto. Lei si era salvata, ma
non così i suoi compagni di classe.
Con un’innocenza che fa male questa bambina dice che
la sua città è piena di morti e che nessuno è venuto
ad aiutarli.
Ma Joanny è solo una tra le migliaia di bambini che
soffrono ad Haití, nell’ inferno di questo mondo.
Siamo stati tra di loro oggi, ed il mio cuore si è
stretto quando parecchi mi hanno circondato per
dirmi che avevano fame. Io avevo solo due caramelle
nella borsa e loro erano sei.
È stata la cosa più triste che ho vissuto qui, sino
ad oggi.(...)
A Cuba tutti vogliono sapere come stiamo.
(Traduzione Granma Int.)
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