Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5

    

N U E S T R A   A M E R I C A

L'Avana. 8 Febbraio 2010 

Haiti: l’inferno di questo mondo

Leticia Martínez Hernández

Ad Haiti tutti i giorni della settimana sembrano uguali. Domenica ho aperto gli occhi, e per quelle rare sensazioni che ci accompagnano al risveglio ho pensato di essere nella mia Cuba. In pochi secondi mi sono pianificata il giorno: leggerò un po’, vedrò la televisione, farò colazione tardi.

Improvvisamente ho sentito un suono, e, una dopo l’altra, sono tornate le immagini violente. Sono ad Haiti, mi sono detta, i miei piedi continuano a calpestare l’inferno di questo mondo.

Sono uscita per strada, e, non so se per ingenuità, ho sperato che le cose fossero migliorate, ma sfortunatamente non è stato così.

Migliaia di persone si sono di nuovo svegliate in parchi, con poco da mangiare e da bere, si sono di nuovo lavate nelle pozzanghere della strada, di nuovo hanno pianto per i loro morti, e di nuovo hanno percorso la città alla ricerca delle proprie famiglie. Hanno nuovamente frugato tra i resti per cercare i loro cari, e sentito la triste puzza.

I bambini hanno domandato ancora una volta il perché di tanta angoscia, ed i genitori hanno alzatogli occhi al cielo in cerca di risposte che mancano ancora.

Ogni giorno ad Haiti è un enigma. Ogni immagine uno shock.

Oggi, nella città di Port au Prence disporre di una molletta per tapparsi il naso è un privilegio, e quelli che non ce l’hanno si mettono nelle narici del dentifricio, per non sentire la puzza dei cadaveri. E anche se i cadaveri per strada sono già meno, aumenta il fetore che esce dalle macerie, dove si raggruppano decine di persone quando i servizi di riscatto realizzano l’impossibile, pur di liberare un corpo.

I distributori di benzina sono diventati  zone di combattimento. Lì, decine di uomini si azzuffano per un po’ di combustibile, come accade davanti ai camion  che trasportano acqua e cibo.

Ed è tanta la desolazione di questa nobile gente che anche i giornalisti ricevono forti risposte: “Non abbiamo bisogno di domande, ma di aiuti”.

Allora non resta altra opzione che voltarsi e continuare a percorrere l’inferno di questo mondo. (…)

E l’inferno di questo mondo oggi si trova in Calle Dessalines.

Quella che sino a sette giorni fa era la sede del centro commerciale della capitale haitiana è oggi la sede del si salvi chi può. Lì una donna piange, perchè qualcuno le ha strappato dalle mani quello che aveva trovato in un negozio distrutto.

La casualità ci ha portato in questo viale distrutto.

Superando le macerie, le strade ostruite ed i blocchi del traffico, entriamo in Calle Dessalines, dove centinaia di haitiani disperati irrompono nel centro commerciale, mentre alla polizia e alla MINUSTAH  è quasi impossibile mantenere l’ordine, anche con le pistole puntate. Tutti corrono da un lato all’altro, cercando qualcosa. Quello che sta sotto le macerie può essere il sostento di questi giorni infernali.

La fame e la mancanza di denaro li spingono a rischiare la vita, quando con bastoni, tubi e strumenti vari, colpiscono le pareti lesionate dal terremoto. Sembra che il pericolo non importi e forse il pianto dei loro figli è irresistibile. Qualsiasi cosa per aiutarli a sopravvivere. C’è  chi trova scarpe, vestiti, cibo, medicinali e chi si aspetta fuori, per strada, per sottrarre le cose rubate. In alcuni dei negozi o nelle loro rovine, sono appostati i padroni,  e chi si avvicina si può aspettare risposte violente.

Ma gli animi sono roventi e la disperazione è cieca.

È passata una settimana da quando questa terra ha tremato, ma la sua gente continua a sussultare(...) 

A Port au Prince mi manca la mia insistente sveglia. L’ho pensato ieri, quando all’alba mi ha svegliato un terremoto di forza 6.1 della scala Richter.

Lo confesso: tutti sismo scappati. I pochissimi metro che separano i nostri materassi dalla porta d’uscita, ci sono sembrati chilometri.

E mentre noi si correva, in Plaza de Marzo, Jeoncajó Magda alzava le mani al cielo e si metteva in ginocchio. Chiedere a Dio di salvarla da questo nuovo terremoto, era la sola cosa che gli restava. E così con le mani alzate e gemendo, la incontrammo ore dopo davanti alle lenzuola che formavano la cuccia che abitava  dalla notte del 12. Il girono del terremoto aveva perso tre dei suoi figli e dopo la replica di ieri pregava per rimanere in vita.

Ha fatto lo stesso la piccola  Joanny Susel, sveglia dalle quattro di mattina, nella piazza piena di migliaia di persone senza casa.

Dice che ha sentito tutto che tremava stamattina ed allora si è rivolta a Gesù.

La piccola racconta che sono diversi giorni che si lava per strada e che quando sua mamma va a cercare qualcosa da mangiare, lei e suo fratello la seguono per tutta Port au Prence.

Il giorno del terremoto Joanny era a scuola, dove frequentava la quarta elementare e sua mamma era andata a prenderla presto. Lei si era salvata, ma non così i suoi compagni di classe.

Con un’innocenza che fa male questa bambina dice che la sua città è piena di morti e che nessuno è venuto ad aiutarli. 

Ma Joanny è solo una tra le migliaia di bambini che  soffrono ad Haití, nell’ inferno di questo mondo.

Siamo stati tra di loro oggi, ed il mio cuore si è stretto quando parecchi mi hanno circondato per dirmi che avevano fame. Io avevo solo due caramelle nella borsa e loro erano sei.

È stata la cosa più triste che ho vissuto qui, sino ad oggi.(...)

A Cuba tutti vogliono sapere come stiamo. (Traduzione Granma Int.)
 

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